Siamo vivi. Siamo tornati e pure in gran forma. Anche se ci davate per spacciati, anche se gli anni ’90 sono finiti da un bel pezzo, noi resistiamo. Siamo sempre noi, non è cambiato nulla.
Sembra essere questo il messaggio lanciato da due gruppi di altissimo livello dal palco del Bronson di Ravenna: gli Shrinebuilder e i Karma to Burn, riuniti il 19 novembre per una serata in slow tempo ad alto potenziale dinamitardo.
In effetti, non stupisce che lo stoner e il doom attirino ancora tanti
appassionati, dopo le sbornie sonore degli anni passati: pur evolvendo a marce basse verso nuove dimensioni, il gioco funziona ancora e piace, piace terribilmente. Gli Shrinebuilder si divertono a imporre il loro ritmo, costruendo cantilene strumentali su cui si inseriscono a turno le voci di tutti i componenti: i chitarristi Scott “Wino” Weinrich e Scott Kelly, il bassista Al Cisneros e il batterista Dale Crover. Il tasso tecnico ovviamente lascia bocca aperta: non a caso, sul palco c’è mezzo gotha del doom moderno, a partire da Weinrich (The Obsessed, Saint Vitus) e Cisneros (Sleep, Om), ma senza certo dimenticare gli stessi Kelly (Neurosis) e Crover (Melvins). Tutti uniti in qualcosa che pare essere più di un semplice side project.Gli Shrinebuilder si presentano a questa tournée con un solo disco all’attivo (Shrinebuilder, Neurot Recordings, 2009) ed un altro in cantiere: il mix di pezzi vecchi e nuovi non spaventa nessuno, la qualità è assicurata e la serata prende il volo. Un Bronson gremito li ha applauditi per un’ora e mezza, incantato da questo metal a bassa velocità, ossianico e quasi psichedelico. Distorsioni che prendono spesso il sopravvento, impossessandosi della chitarra di Weinrich (Pyramid of the Moon, The Architect) o del basso di Cisneros (Blind for All to See). O che toccano corde più profonde, come in Solar Benediction e nella potente ma malinconica riproposizione di Effigy, cover dei Creedence Clearwater Revival.
Incrociando doom, sludge e stoner, propongono canzoni rudi ma eleganti, curate come se fossimo in sala di registrazione (in particolare le nuove We Let the Hell Come e Nagas 1 & 2). Ogni nota è calibrata e pensata. In fondo, per quanto possiamo perderci nei loro mondi devastati e apocalittici, lo intuiamo: c’è un senso dietro alla progressione e all’evoluzione delle melodie. È tutta geometria, è tutto calcolato. Non puoi comprenderla sul momento, ma intuisci un’architettura sovrastante. Una profondità artistica degna di un supergruppo come gli Shrinebuilder.
Anche i Karma to Burn, in apertura della serata, fanno la loro parte e non smentiscono la fama di mangiatori di palcoscenici. Asciutti e incalzanti, un po’ come un’esplosione controllata. Il loro rumore ti entra dentro le orecchie, ti fa vibrare il timpano, ed è un piacere a sentirsi. Puoi percepire il basso infilarsi sotto la tua pelle e guidare il ritmo.
I Karma to Burn sono così: giocano con lo stoner, senza strafare. I loro pezzi (come i momenti caldi del concerto Thirtysix o Nineteen) non sono nient’altro che emanazioni di quel desert rock che sopravvive e si autorigenera, a dispetto di tutto. Persino dei padri fondatori come Kyuss e Sleep, persi per strada. William Mecum (chitarra), Rich Mullins (basso) e Rob Oswald (batteria) sanno cosa devono fare per mantenere in vita l’animo stoner. E danno fuoco alle polveri, senza fare complimenti. Anche per loro il tempo pare essersi fermato. Non si sono mossi di una virgola, ma ci piacciono. Ci piacciono terribilmente.
Scaletta Shrinebuilder:
Pyramid of the Moon
The Architect
Blind for All to See
Science of Anger
Nagas 1 & 2
Effigy [Creedence Clearwater Revival cover]
We Let the Hell Come
(drums)
Solar Benediction
di Francesco Barbabella
foto Federica Papa

Nessun commento:
Posta un commento