domenica 17 aprile 2011

The Strokes “Angles”

Dopo cinque anni di rancori e tensioni, i The Strokes tornano più freschi, indie e uniti che mai. L’unica cosa a non essere cambiata è il suono delle loro chitarre che, ancora inconfondibile, dà una certo tono al ritornello anche quando questo è un po’ sciatto. A sentire la band, Angles è il miglior album realizzato, a mio avviso un buon compromesso tra un disco senza troppe pretese e la voglia di divertirsi mentre si ascolta musica. Il tutto inizia con un moog stile hawaiano e prosegue con un ritmo funkie anni ’80 che ricorda Down under dei Men At Work, a cui segue il singolo che ha lanciato il disco, Under Cover Darkness, i cui riff ricordano i Thin Lizzy e la composizione, diciamolo, è in pieno sound Strokes.
Stra-orecchiabile. Si va avanti con Two Kinds Of Happiness che personalmente ascolterei a tutto volume in auto, magari mentre si sfreccia d’inverno lungo un lungomare deserto perché ha quella giusta malinconia so ‘80s alla Echo And The Bunnymen. E poi, giù, nella psidechelia di You’re So Right che richiama la grafica del disco da cui si risale solo con Taken For A Fool un po’ dance floor, un po’ Franz Ferdinand, un po’ Strokes dei primi inizi. Per contro Games rimane un po’ piatta, sottotono, tanto che gli stessi Strokes la definiscono «fredda, strana, nuova, unica e affascinante». E in un certo senso è proprio così perché la traccia rappresenta forse il limite massimo a cui la sperimentazione della band è giunta tra synht, xilofoni e moog ispirate da Veridis Quo dei Daft Punk. Ruffiana è sicuramente Call Me Back, una ballata senza batteria, un tango moderno, quasi, che sicuramente riscuoterà non poco successo tra le fans più sdolcinate! Gratisfaction riporta alla consuetudine il ritmo dell’album con un blues breve ma deciso scopiazzato qua e là dagli Steely Danche e lascia spazio, come un intermezzo, alle tracce finali del disco: Metabolism, vertiginosa, e la dolce Life Is Simple In the Moonlight che ricorda, nelle sue battute iniziali, The Stars Of Track And Field dei Belle & Sebastian.


Stop. Album finito.

Come dicevo, la sensazione che si ha finito l’ascolto è più che piacevole. Sicuramente non sarà il disco dell’anno però è un buon lavoro: semplice, divertente, fresco, da 7 e mezzo, e credo rilancerà sicuramente gli Strokes nel mercato discografico. E che se ne dica, loro intanto si divertono. «There’s no one I disapprove of or root for more than myself».



di Federica Papa

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