Quarto appuntamento per la rassegna “The Vanishing Era” targata Hot Viruz. Dopo aver ospitato ad Ancona e Jesi artisti come gli Heavy Trash, Fm Heineit dei Neubauten e i Melt Banana, è tempo di Shellac. E lo è all’Extra di Recanati. Ad aprire la serata gli stessi discepoli di Albini, quei Bellini che, con la voce selvaggia della cantante Giovanna Cacciola, fanno da portavoce a quel noise e math rock marchiato Shellac.
Giusto qualche minuto per il cambio della strumentazione e l’occhialuto Steve Albini
sale sul palco senza battere ciglio. Osserva il pubblico per un momento, poi il suo sguardo si perde tra pedaliera e seicorde. Bob Weston imbraccia il suo basso e comincia a sciogliere i muscoli, mentre Todd Trainer appare da subito come in trance, seduto di fronte alla sua batteria poco più che essenziale. Parte l’intro di Paco, apertura ipnotica che sfocia in un’onda d’urto nella seconda parte del pezzo, quando si aprono le vere danze di questo rito musicale che prende il nome di Shellac.
Giusto qualche minuto per il cambio della strumentazione e l’occhialuto Steve Albini
sale sul palco senza battere ciglio. Osserva il pubblico per un momento, poi il suo sguardo si perde tra pedaliera e seicorde. Bob Weston imbraccia il suo basso e comincia a sciogliere i muscoli, mentre Todd Trainer appare da subito come in trance, seduto di fronte alla sua batteria poco più che essenziale. Parte l’intro di Paco, apertura ipnotica che sfocia in un’onda d’urto nella seconda parte del pezzo, quando si aprono le vere danze di questo rito musicale che prende il nome di Shellac.
Il pubblico dell’Extra, naturalmente, non aspetta altro.
Il gruppo di Chicago sembra essere in gran forma. Già con il secondo pezzo, My Black Ass,Trainer si rivela un metronomo micidiale, con un incalzare impazzito, ma perfetto nella sua esecuzione. Anche Weston, con il ruggito del basso gonfiato e pompato, incide linee ruvide che si incastrano perfettamente nelle canzoni del trio, come nell’incrocio tra noise e post-rock di A Minute, A dog and Pony Show e la “sad fucking song” Squirrel Song. Ma la forza della band è al di là delle etichette di genere, e il pubblico non chiede altro ad Albini e soci che di essere se stessi. Ed è subito Prayer to God.
Il minimalismo della musica, miscelato all’idealismo indie del “DIY” (Do It Yourself) di totale libertà sia artistica che discografica, rende gli Shellac una delle realtà più apprezzate della scena alternative mondiale e l’attesa per il ritorno in Italia, a tre anni dal loro ultimo album “Excellent Italian Greyhound”, si può toccare con mano. Il vero protagonista dello spettacolo, però, è proprio Albini, perfetto prototipo nerd: occhiali tondi, pancia e chitarra legata alla vita che con il suo sound graffiante e schizofrenico fa del suono che produce l’inconfondibile marchio di fabbrica del gruppo. Tuttavia, solo dopo Canada il chitarrista sembra ricordarsi degli spettatori, chiedendo loro di fargli qualche domanda, ma il siparietto non dura molto e rimane l’unico gesto di apertura verso il pubblico di tutta la serata. Per il resto, grande energia spesa sul palco che si arresta forse troppo presto, dopo Steady As She Goes e solo un’ora di concerto.
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Il gruppo di Chicago sembra essere in gran forma. Già con il secondo pezzo, My Black Ass,Trainer si rivela un metronomo micidiale, con un incalzare impazzito, ma perfetto nella sua esecuzione. Anche Weston, con il ruggito del basso gonfiato e pompato, incide linee ruvide che si incastrano perfettamente nelle canzoni del trio, come nell’incrocio tra noise e post-rock di A Minute, A dog and Pony Show e la “sad fucking song” Squirrel Song. Ma la forza della band è al di là delle etichette di genere, e il pubblico non chiede altro ad Albini e soci che di essere se stessi. Ed è subito Prayer to God.
Il minimalismo della musica, miscelato all’idealismo indie del “DIY” (Do It Yourself) di totale libertà sia artistica che discografica, rende gli Shellac una delle realtà più apprezzate della scena alternative mondiale e l’attesa per il ritorno in Italia, a tre anni dal loro ultimo album “Excellent Italian Greyhound”, si può toccare con mano. Il vero protagonista dello spettacolo, però, è proprio Albini, perfetto prototipo nerd: occhiali tondi, pancia e chitarra legata alla vita che con il suo sound graffiante e schizofrenico fa del suono che produce l’inconfondibile marchio di fabbrica del gruppo. Tuttavia, solo dopo Canada il chitarrista sembra ricordarsi degli spettatori, chiedendo loro di fargli qualche domanda, ma il siparietto non dura molto e rimane l’unico gesto di apertura verso il pubblico di tutta la serata. Per il resto, grande energia spesa sul palco che si arresta forse troppo presto, dopo Steady As She Goes e solo un’ora di concerto.
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www.hotviruz.com
Sito in costruzione ma ciccando sulle icone dei social network potrete vedere le date e le location dei prossimi concerti inerenti alla rassegna “The Vanishing Era”.
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di Francesco Barbabella e Federica Papa
foto di Federica Papa


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