Arriva Page Hamilton. Un signore di mezza età dai capelli cortissimi e ingrigiti dal tempo che passa. O dalla stanchezza di vent’anni passati a suonare ritmi sincopati e riff distorti sui palchi di mezzo mondo. Non si è stancato di esibirsi sotto il marchio Helmet, a quanto pare.
Di scena al Bronson di Ravenna, davanti ad un pubblico a cui basta molto poco per scaldarsi, Hamilton tiene in scacco i suoi fan. Lo adorano, e lui lo sa. Si tiene in allenamento: sembra crederci davvero, quando parte in quarta con Unsung, grande
classico, o si ribella con i nuovi inni So Long e Welcome to Algiers, tratti dall’ultimo album Seeing Eye Dog (2010).
Il gioco va, le regole le ha scritte lui agli inizi degli anni ’90: da allora, un percorso accidentato per il genio di Portland che ha collezionato successi per i primi album (Strap It On e Meantime), ma anche critiche ed una certa indifferenza per i successivi. Da notare, ad esempio, l’assenza in scaletta di canzoni dal penultimo album Monochrome e dal quinto Size Matters (a rappresentare quest’ultimo solo la rabbiosa Crisis King tra i bis).
Anche se ad ogni nuovo album la line up della sua band perdeva qualche pezzo, il buon padre-padrone degli Helmet ha continuato ad andare avanti imperterrito per la sua strada: i suoi attuali compagni di viaggio sono semplici comprimari, buoni da gettare in pasto al pubblico di leoni che pretende solo il sound di Page Hamilton. Si accettano scommesse su chi, tra Dan Beeman (chitarra), Dave Case (basso) e Kyle Stevenson (batteria), riuscirà a rimanere in sella agli Helmet in futuro.
Gli aficionados amano qualsiasi cosa esca dalla sua chitarra elettrizzante o dal suo graffiante microfono. Impossibile però non notare che, nel 2010, gli Helmet giocano ancora con le solite regole: ritmi veloci, riff graffianti e voce monocorde per un alternative metal contaminato. In certi casi, sembra di ascoltare il post-grunge dei Silverchair nelle nuove canzoni In Person e She’s Lost, o precursori (meno violenti) di certo nu-metal à la Snot in quelle più datate (Blacktop, In the Meantime, I Know).
Il concerto scorre via veloce, un’ora piena tra scaletta e bis che accontentano i tanti fan del gruppo, di vecchia e nuova generazione. Applausi su applausi, siparietti tra Hamilton e pubblico (con richieste di canzoni quasi fossero un juke box) e la festa degli Helmet è completa.
Scaletta:
Unsung
So Long
Renovation
Welcome to Algiers
Distracted
Birth Defect
Broadcast Emotion
In Person
I Know
Harmless
She’s Lost
Blacktop
In the Meantime
Bis:
Milquetoast
Iron Head
FBLA II
Crisis King
Seeing Eye Dog
Di scena al Bronson di Ravenna, davanti ad un pubblico a cui basta molto poco per scaldarsi, Hamilton tiene in scacco i suoi fan. Lo adorano, e lui lo sa. Si tiene in allenamento: sembra crederci davvero, quando parte in quarta con Unsung, grande
classico, o si ribella con i nuovi inni So Long e Welcome to Algiers, tratti dall’ultimo album Seeing Eye Dog (2010).
Il gioco va, le regole le ha scritte lui agli inizi degli anni ’90: da allora, un percorso accidentato per il genio di Portland che ha collezionato successi per i primi album (Strap It On e Meantime), ma anche critiche ed una certa indifferenza per i successivi. Da notare, ad esempio, l’assenza in scaletta di canzoni dal penultimo album Monochrome e dal quinto Size Matters (a rappresentare quest’ultimo solo la rabbiosa Crisis King tra i bis).
Anche se ad ogni nuovo album la line up della sua band perdeva qualche pezzo, il buon padre-padrone degli Helmet ha continuato ad andare avanti imperterrito per la sua strada: i suoi attuali compagni di viaggio sono semplici comprimari, buoni da gettare in pasto al pubblico di leoni che pretende solo il sound di Page Hamilton. Si accettano scommesse su chi, tra Dan Beeman (chitarra), Dave Case (basso) e Kyle Stevenson (batteria), riuscirà a rimanere in sella agli Helmet in futuro.
Gli aficionados amano qualsiasi cosa esca dalla sua chitarra elettrizzante o dal suo graffiante microfono. Impossibile però non notare che, nel 2010, gli Helmet giocano ancora con le solite regole: ritmi veloci, riff graffianti e voce monocorde per un alternative metal contaminato. In certi casi, sembra di ascoltare il post-grunge dei Silverchair nelle nuove canzoni In Person e She’s Lost, o precursori (meno violenti) di certo nu-metal à la Snot in quelle più datate (Blacktop, In the Meantime, I Know).
Il concerto scorre via veloce, un’ora piena tra scaletta e bis che accontentano i tanti fan del gruppo, di vecchia e nuova generazione. Applausi su applausi, siparietti tra Hamilton e pubblico (con richieste di canzoni quasi fossero un juke box) e la festa degli Helmet è completa.
Scaletta:
Unsung
So Long
Renovation
Welcome to Algiers
Distracted
Birth Defect
Broadcast Emotion
In Person
I Know
Harmless
She’s Lost
Blacktop
In the Meantime
Bis:
Milquetoast
Iron Head
FBLA II
Crisis King
Seeing Eye Dog
foto e articolo di Francesco Barbabella

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