Simboli rossi su sfondo nero appaiono un po’ ovunque sul palco. Sembrano usciti da qualche libro dedicato alla mitologia scandinava, tanto sono simili alle rune, linguaggio magico usato dalle antiche popolazioni del nord. Invece sono solo quattro lettere disegnate con caratteri essenziali. M A D M, acronimo di Melissa Auf der Maur. La grande protagonista della serata. La mitologia, tuttavia, c’entra eccome.
Eccola arrivare sul palco, al termine di
This Would Be Paradise, pezzo strumentale che introduce il concerto.
attesa come una diva d’altri tempi dal pubblico del Bronson di Ravenna. A questo punto, è l’ora di fare sul serio. Subito il riff psichedelico di Isis Speaks rompe il ghiaccio e immerge il pubblico nel rock sinuoso e seducente della Auf der Maur, supportata da Adam Michael Tymn (chitarra), Christopher Sorensen (chitarra) e Patrick Luc Sayers (batteria).
Ogni tanto balza alla memoria qualche dejà vu di Smashing Pumpkins (I Need I Want I Will), Muse di inizio millennio (My Foggy Notion) o Foo Fighters (Real A Lie). Le canzoni tratte dal primo album, l’omonimo Auf der Maur (2004), sono riarrangiate per l’occasione, spesso in maniera pesante rispetto all’originale: il nuovo sound scelto dalla Diva strizza l’occhio a certo stoner mainstream (Queens Of The Stone Age), in equilibrio tra pulizia del suono e potenza d’esecuzione.
Poche le canzoni dell’ultimo album Out Of Our Minds (2010): a parte le già citate This Would Be Paradise e Isis Speaks, sono presentate solo la intrigante title-track (già affermatasi come hit) e 22 Below, sussulto melodico con una decisa progressione. Per il resto, c’è da segnalare l’esecuzione di Paranoid, cover dei Black Sabbath come tributo a Peter Steele, cantante e bassista del gruppo metal Type O Negative scomparso lo scorso aprile. La canzone è quasi irriconoscibile, suonata com’è in slow tempo e con l’arrangiamento doom della versione registrata dai Type O Negative nell’album The Origin Of The Feces (1992) ed è ormai entrata di fatto nel repertorio live della Auf der Maur. Paranoid viene introdotta dalla cantante con il suggestivo verso “Loving you was like loving the dead”, tratto invece dal pezzo Black No 1 proprio dei Type O Negative.
Altra cover inserita in scaletta (e ripetutamente proposta nei concerti) è When The Music’s Over dei Doors a conclusione dell’esibizione: anche qua il nuovo arrangiamento rende difficile un confronto con la canzone originale, che qua viene stirata e allungata per raggiungere il degno climax finale.
Il pubblico risponde convinto: la Auf der Maur sa come catturare l’attenzione e suscitare emozioni negli spettatori. La venerazione che suscita nei fan, però, produce un rapporto solo all’apparenza aperto e intimo: non basta qualche frase stucchevole rivolta al pubblico per cancellare l’impressione che la comunicazione sia unilaterale. Dietro, sembrano nascondersi le premesse per la costruzione di una propria mitologia personale.
Forse l’immaginario che vuole richiamare non è solo di una rocker canadese trentottenne con la passione per l’arte e la fotografia. Forse non le basta essere considerata bella, affascinante e carismatica. Forse non le basta essere ricordata come l’ex bassista di Hole e Smashing Pumpkins. Forse vuole proporci qualcos’altro. Un’idea, un’immagine: quella di una donna sciamana, venuta tra noi per prenderci per mano e portarci nel suo rito musicale. Un mondo dove lei è il punto di contatto tra la Musica e il Pubblico.
La scaletta studiata a tavolino, la teatralità dei suoi gesti, le parole dosate e calibrate. Funziona tutto a dovere. Molto bello a vedersi. Augurando, a lei ed a noi, che la vanità non le dia alla testa e che la sua musica si confermi ancora ad alto livello, senza cadere nelle banali presunzioni di una primadonna che non sa cosa fare da grande.
Eccola arrivare sul palco, al termine di
This Would Be Paradise, pezzo strumentale che introduce il concerto.
attesa come una diva d’altri tempi dal pubblico del Bronson di Ravenna. A questo punto, è l’ora di fare sul serio. Subito il riff psichedelico di Isis Speaks rompe il ghiaccio e immerge il pubblico nel rock sinuoso e seducente della Auf der Maur, supportata da Adam Michael Tymn (chitarra), Christopher Sorensen (chitarra) e Patrick Luc Sayers (batteria).
Ogni tanto balza alla memoria qualche dejà vu di Smashing Pumpkins (I Need I Want I Will), Muse di inizio millennio (My Foggy Notion) o Foo Fighters (Real A Lie). Le canzoni tratte dal primo album, l’omonimo Auf der Maur (2004), sono riarrangiate per l’occasione, spesso in maniera pesante rispetto all’originale: il nuovo sound scelto dalla Diva strizza l’occhio a certo stoner mainstream (Queens Of The Stone Age), in equilibrio tra pulizia del suono e potenza d’esecuzione.
Poche le canzoni dell’ultimo album Out Of Our Minds (2010): a parte le già citate This Would Be Paradise e Isis Speaks, sono presentate solo la intrigante title-track (già affermatasi come hit) e 22 Below, sussulto melodico con una decisa progressione. Per il resto, c’è da segnalare l’esecuzione di Paranoid, cover dei Black Sabbath come tributo a Peter Steele, cantante e bassista del gruppo metal Type O Negative scomparso lo scorso aprile. La canzone è quasi irriconoscibile, suonata com’è in slow tempo e con l’arrangiamento doom della versione registrata dai Type O Negative nell’album The Origin Of The Feces (1992) ed è ormai entrata di fatto nel repertorio live della Auf der Maur. Paranoid viene introdotta dalla cantante con il suggestivo verso “Loving you was like loving the dead”, tratto invece dal pezzo Black No 1 proprio dei Type O Negative.
Altra cover inserita in scaletta (e ripetutamente proposta nei concerti) è When The Music’s Over dei Doors a conclusione dell’esibizione: anche qua il nuovo arrangiamento rende difficile un confronto con la canzone originale, che qua viene stirata e allungata per raggiungere il degno climax finale.
Il pubblico risponde convinto: la Auf der Maur sa come catturare l’attenzione e suscitare emozioni negli spettatori. La venerazione che suscita nei fan, però, produce un rapporto solo all’apparenza aperto e intimo: non basta qualche frase stucchevole rivolta al pubblico per cancellare l’impressione che la comunicazione sia unilaterale. Dietro, sembrano nascondersi le premesse per la costruzione di una propria mitologia personale.
Forse l’immaginario che vuole richiamare non è solo di una rocker canadese trentottenne con la passione per l’arte e la fotografia. Forse non le basta essere considerata bella, affascinante e carismatica. Forse non le basta essere ricordata come l’ex bassista di Hole e Smashing Pumpkins. Forse vuole proporci qualcos’altro. Un’idea, un’immagine: quella di una donna sciamana, venuta tra noi per prenderci per mano e portarci nel suo rito musicale. Un mondo dove lei è il punto di contatto tra la Musica e il Pubblico.
La scaletta studiata a tavolino, la teatralità dei suoi gesti, le parole dosate e calibrate. Funziona tutto a dovere. Molto bello a vedersi. Augurando, a lei ed a noi, che la vanità non le dia alla testa e che la sua musica si confermi ancora ad alto livello, senza cadere nelle banali presunzioni di una primadonna che non sa cosa fare da grande.
Scaletta:
1. This Would Be Paradise (strumentale)
2. Isis Speaks
3. Real A Lie
4. Lightning Is My Girl
5. Lead Horse (strumentale)
6. Taste You [French version]
7. Head Unbound
8. My Foggy Notion
9. I Need I Want I Will
10. Out Of Our Minds
11. 22 Below
12. Paranoid [Black Sabbath cover]
13. Followed The Waves
Encore:
14. Good News
15. When The Music’s Over [The Doors cover]
foto Federica Papa
articolo Francesco Barbabella


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