“Si c'est beau, c'est l'Italie” dice sempre mio fratello di fronte ad immagini di paesaggi ignoti o vedute di città sconosciute. “Se è bello, è in Italia”. Io vado avanti e un po' più a nord e non esito a fornirvi in mio nuovo motto: Se la musica è bella, il musicista è islandese.
Questo disco è uscito più di un anno fa, ma forse ve lo siete perso. Il che sarebbe un vero peccato ma non è mai troppo tardi.
Ólafur Arnalds è un musicista islandese che fino a 5 anni fa suonava come batterista in misconosciute band metal. Poi deve averci ripensato e si è messo da solo e nel giro di una manciata di anni ha inciso 5 dischi, considerando sia LP che EP, tra cui questo che è l'ultimo in ordine di tempo.
Per scriverlo ha tratto ispirazione da un film di un regista ungherese del 2000 (Werckmeister Harmonies di Béla Tarr) dalla cui scena iniziale (in cui un branco di vecchi ubriaconi al bar dà vita a un modello umano del sistema solare) ha preso il titolo del disco.
E veniamo appunto al disco: nove brani strumentali per poco più di 40 minuti di musica che è come miele versato nelle orecchie. Parole grosse, forse, ma le semplici armonie di pianoforte e archi intrecciate con l'elettronica fino a diventare strutturatissimi brani densi di malinconia sono intime, personali riflessioni in musica.
Immagini meravigliose di paesaggi brulli, pensieri cupi che al mattino si risolvono con un sorriso incerto, atmosfere rarefatte, melodie classiche mai banali, crescendo emozionali che generano docili lacrime.
Un viaggio al termine della notte che prende al cuore e allo stomaco.
Questo disco è uscito più di un anno fa, ma forse ve lo siete perso. Il che sarebbe un vero peccato ma non è mai troppo tardi.
Ólafur Arnalds è un musicista islandese che fino a 5 anni fa suonava come batterista in misconosciute band metal. Poi deve averci ripensato e si è messo da solo e nel giro di una manciata di anni ha inciso 5 dischi, considerando sia LP che EP, tra cui questo che è l'ultimo in ordine di tempo.
Per scriverlo ha tratto ispirazione da un film di un regista ungherese del 2000 (Werckmeister Harmonies di Béla Tarr) dalla cui scena iniziale (in cui un branco di vecchi ubriaconi al bar dà vita a un modello umano del sistema solare) ha preso il titolo del disco.
E veniamo appunto al disco: nove brani strumentali per poco più di 40 minuti di musica che è come miele versato nelle orecchie. Parole grosse, forse, ma le semplici armonie di pianoforte e archi intrecciate con l'elettronica fino a diventare strutturatissimi brani densi di malinconia sono intime, personali riflessioni in musica.
Immagini meravigliose di paesaggi brulli, pensieri cupi che al mattino si risolvono con un sorriso incerto, atmosfere rarefatte, melodie classiche mai banali, crescendo emozionali che generano docili lacrime.
Un viaggio al termine della notte che prende al cuore e allo stomaco.
Tracklist:
01- Þú Ert Sólin
02- Þú Ert Jörðin
03- Tunglið
04- Loftið Verður Skyndilega Kalt
05- Kjurrt
06- Gleypa Okkur
07- Hægt, Kemur Ljósið
08- Undan Hulu
09- Þau Hafa Sloppið Undan Þunga Myrkursins
di Giulia Burchiani

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