martedì 27 dicembre 2011

THE DEVIL’S WALK’ APPARAT BAND

Era nell’aria già da tempo, ci abbiamo creduto fino in fondo e poi, eccola: la Apparat Band ha preso vita! Da una ballata di Shelly del 1812, Sacha Ring alias Apparat prende nota e debutta con il suo nuovo progetto a quattro anni da Walls (2007), e due dalla collaborazione con i Modeselektor per il progetto Moderat.
Prodotto con l’ausilio di Patrick “Nackt” Christensen della band electro-goth dei Warren Suicide e Joshua Eustis dei Telefon Tel Aviv, The Devil’s Walk oltre ad essere un disco è anche un racconto onirico. L’atmosfera si crea già dalle prime frequenze dream-pop di Sweet Unrest che secondo Apparat simboleggiano il primo passo di
Belzebù. La camminata del diavolo prosegue con Song Of Los, uno dei primi singoli che, con bassi ritmati e la voce calda di Sasha ci riporta alle sonorità di Walls. E poi c’è Black Water realizzato con Anja Plaschg aka Soap and Skin, vero inno alla melancholia, quella vera, che fa scorrere il tempo in slow motion e fa da colonna sonora alla nostra vita facendo da sfondo al messaggio che la band intendere trasmettere: siamo di passaggio, transitori, «Nothing is real». Messaggio e cammino che continuano con Goodbye, le cui sonorità oscure ma al contempo romantiche rafforzano il concetto della transitorietà.
Dopo questa prima introduzione, il disco procede con Candil De La Calle che, a mio avviso, stona un po’ con le tracce precedenti: troppo ritmata, troppo sensuale, quasi a voler essere messa lì per forza anche se, tutto sommato, presa fuori da questo contesto rimane sempre una composizione ben fatta con i  suoi suoni capaci di dilatare e accorciare la percezione sonora del vuoto. E sulle scie finali di queste dilatazioni prende origine The Soft Voiced Die, la quale si distingue per il suo xilofono stile Sigur Ròs, per poi ritornare alla melancholia con Escape e muovere ancora verso un suon più ritmato con Ash Black Veil, che ben si inserisce nel percorso musicale precedentemente tracciato lasciando trapelare, almeno per queste due ultime tracce, l’impronta di Thom Yorke.
Il disco si volge poi al termine con A bang in the Void e Your House Is My World quasi fossero titoli di coda: lenti, piacevoli, accompagnati ancora una volta dalla voce di Sasha che finisce la narrazione di questo lungo cammino.
Finito l’ascolto del disco, se ne ha la visione complessiva. Bella ed originale l’idea. Forse dopo le numerose esibizione live e i molteplici progetti di Sasha Ring ci si aspettava qualcosina in più, soprattutto per tutti quelli cresciuti a pane ed elettronica tedesca e inseriti nel nuovo circolo di ascoltatori che lo stesso Sasha ha creato però, nell’insieme è un disco di “esordio” (almeno per questo progetto) che supera la sufficienza.

di Federica Papa



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