sabato 7 maggio 2011

Disco d’esordio dei Montezuma: 50 minuti di passione “doom punk”

Forse è da un po’ che non ascoltavo musica strumentale, e devo chiedere perdono a me stesso per questo. Può essere una medicina per depurarsi dal troppo chiasso che ci bombarda oggigiorno. Può anche essere una scelta, un programma, un approccio alternativo alla musica più mainstream.
Sia come sia, a rompere il mio digiuno ci pensano i Montezuma, band originaria di Pesaro e attiva ormai da qualche anno. Dopo aver prodotto due EP in passato (2008 e 2009), il gruppo arriva alla sua opera prima con le idee ben chiare: il nuovo album Di nuovo lontano (I Dischi dell’Apocalisse/Dicks & Decks, 2011) raccoglie sette pezzi di rock strumentale che dipingono scenari meno apocalittici di quanto sembri a prima vista, ma comunque densi di vene psichedeliche e dinamiche melodiche tortuose. Incastrati in una terra di nessuno tra post rock e post grunge, la loro musica è condita da accelerazioni potenti che sconfinano talvolta nel desert rock e nello stoner d’annata.
L’inizio è in grande stile: i Montezuma cominciano da subito a proiettare il loro film nella nostra mente: ascoltando L’alba di Marrakech sembra di assistere ad una nuova rivoluzione sulla sabbia rossastra del Paese nordafricano. La canzone ha una struttura centrale su cui si avvolge e si divincola per tutta la durata, tornandovi ripetutamente per variazioni sul tema. Niente da dire: il sole picchia forte su questo lavoro di puro desert rock, oltre 12 minuti da bere tutti d’un fiato.
Parte nel segno della luce anche il secondo pezzo, La foresta imbalsamata. Una colonna sonora perfetta per l’omonimo quadro di Max Ernst, un post grunge melò che ritaglia il tempo in un alternarsi di atmosfere dense e veloci con altre più lente e diradate. Cambi di ritmo essenziali ma efficaci si ritrovano anche in Quattro, ancora un romantico andirivieni tra ritmi incalzanti che sfumano e si danno il testimone, per poi tornare ancora.

A metà disco arriva l’esercizio di post rock più melanconico, quella Lenta in D dove gli arpeggi da ballad si alternano a parti energiche, in una dinamica già ampiamente sperimentata e perfettamente in linea con il sound del disco. Da qui in poi, tuttavia, le cose cambiano un po’.
La congiura delle polveri apre le danze della seconda metà del disco e ci fa riscoprire i Montezuma come moderni Guy Fawkes che fanno saltare in aria tutto quello che hanno costruito finora. Parte il basso, poi la batteria che, come un richiamo tribale (l’assonanza a The Battle of One dei 30 Seconds to Mars è notevole) chiama a raccolta gli altri strumenti per partire insieme in una fuga che sfocia nello stoner e che abbandona le logiche consolidate. Brevi assoli di chitarra, cambi prepotenti e repentini di ritmo, con la batteria a dettare legge: in questo caso, più che Mogwai o altri tutori del post rock, qua è lo spirito di Kyuss che si incarna in sonorità meno violente, ma sicuramente d’impatto. 
Supernova documenta la fuga di una stella verso lo spazio siderale nell’attesa della sua fine in un’esplosione fragorosa: si tratta forse del pezzo più grunge tra quelli dell’album, che strizza l’occhio a Pearl Jam, Soundgarden e Foo Fighters. Eppure, anche senza una voce a sostenere la struttura, la canzone si regge bene e non ha cali di tensione.

I Montezuma chiudono il cerchio con Il Codice di Dresda, il quale segna la fine del disco – gioco di allusioni con la fine del mondo messa in bocca ai Maya per il prossimo anno o semplice richiamo alle origini del nome della band? Fatto sta che, dopo un inizio sciamanico, la canzone se ne va via in velocità che è una bellezza, voltandosi di tanto in tanto indietro per riflettere, e poi riprendendo ancora la fuga con elettroshock distorti e decisamente rispettosi dell’intreccio di melodie. Luci e ombre che si rubano lo spazio a vicenda, per un pezzo “post-tutto” decisamente azzeccato che i nostri sacrificano alle divinità del nuovo millennio.
Parlano di punk dell’apocalisse, i Montezuma, per autodefinirsi. Tradotto verrebbe fuori qualcosa come doom punk: un’invenzione stilistica niente male e che rende, ma solo in parte, i mondi che il gruppo richiama. Qualcosa ci si dovrà inventare: qualcuno con più sale in zucca ha dimostrato che senza categorie non potremmo neanche pensare (e i generi non sono nient’altro che categorie). Ma è troppo complicato pensarci dopo aver ascoltato il loro disco. Hanno melodia, ritmo, talento: non si costruisce un disco intelligente e fresco come questo per caso. A cosa somigliano? Per una volta, lasciatemelo dire, vorrei tanto che siano gli altri ad assomigliare a loro, non il contrario.

1. L’alba di Marrakech (12.24)
2. La Foresta Imbalsamata (5.12)
3. Quattro (8.20)
4. Lenta in D (6.15)
5. La Congiura delle Polveri (5.39)
6. Supernova (4.48)
7. Il Codice di Dresda (7.46)


di Francesco Barbabella

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